Dalla Valutazione di impatto generazionale alla Valutazione Anticipante: le Generazioni Future Immaginarie stakeholder nei processi decisionali odierni.
Mario Cusmai Centro ricerche EtnoAntropologiche APS
Le Generazioni Future Immaginarie come stakeholder nei processi decisionali odierni
La Valutazione di Impatto Generazionale (VIG) [1], nasce da una domanda apparentemente semplice, potentissima: quali effetti avranno le nostre decisioni sulle diverse generazioni? È una domanda che mette in discussione il presente e obbliga le politiche pubbliche a non consumarsi nell’urgenza del trimestre, nel bilancio dell’anno, nella comunicazione del giorno dopo. Tuttavia, da sola, rischia di restare ancora troppo vicina al presente: misura l’impatto generazionale di un provvedimento, classifica misure generazionali, potenzialmente generazionali, antigenerazionali o neutre, ma non sempre cambia il modo in cui immaginiamo i futuri per cui stiamo decidendo. È qui che la proposta formulata dalla Fondazione Italiana Studi di Futuro istituita da Roberto Poli compie uno scarto decisivo: la VIG non dovrebbe essere soltanto uno strumento applicato a singoli atti normativi, ma un primo passo verso una politica generazionale complessiva, esplicitamente sostenuta da una prospettiva orientata da pratiche di foresight e di anticipazione strategica. In questa direzione prende forma la Valutazione Anticipante (VA), che usa metodi degli studi di futuro e analisi degli stakeholder per orientare decisioni verso futuri condivisi e auspicabili. La differenza è sottile, ma contribuisce a cambiare livello al ragionamento. La VIG chiede: questa misura aiuta o danneggia i giovani e le generazioni future? La Valutazione Anticipante aggiunge: verso quali futuri ci sta portando questa misura? Quali futuri rende più probabili, quali rende più difficili, quali chiude senza che ce ne accorgiamo?
La VIG è una lente, la VA è anche una bussola e una sorta di macchina scenica che permette di ‘provare’ i futuri prima di subirli.
Il punto cieco: parlare “per” le generazioni future
Quando parliamo di generazioni future, camminiamo su un fragilissimo ponte sospeso: solo perché ne parliamo, sarebbe necessario assumere la consapevolezza che le tagliamo fuori dai processi decisionali ‘semplicemente’ perché ancora non ci sono. Non possiamo chiedere direttamente a chi nascerà nel 2040 che cosa penserà delle nostre leggi, delle nostre città, dei nostri modelli educativi, delle nostre infrastrutture. Tuttavia, abbiamo l’opportunità di evitare un errore: fingere che i loro valori saranno una semplice continuazione dei nostri. Poli insiste su questo passaggio: le future generazioni avranno caratteristiche proprie, che possiamo anticipare solo in parte; ogni generazione sviluppa punti di vista influenzati dalle esperienze formative vissute in età cruciale. L’appartenenza generazionale contribuisce a determinare chi siamo: influenza scelte, stili di comunicazione e la nostra idea del mondo e dei futuri. Oggi, per la prima volta nella storia, convivono otto generazioni; nei contesti più longevi fino a cinque possono lavorare insieme, ciascuna con visioni e valori diversi. Per questo non possiamo dare per scontato che i nostri valori coincidano con i loro (Pierantoni 2026).
Da qui discende una prima conseguenza operativa: non basta raccogliere il feedback dei giovani su proposte elaborate dagli adulti. Serve coinvolgerli in modo attivo e propositivo. I giovani di oggi non sono le generazioni future, ma sono ciò che più si avvicina a esse nel presente, anche perché vivono il futuro in modo meno astratto: non lo osservano soltanto da fuori, lo sentono arrivare come incarnazione sociale della loro esperienza. Per una VIG più robusta e significativa, quindi, l’ascolto giovanile non può essere decorativo. Non è la spolverata di una ‘spezia partecipativa’ sul piatto già cucinato. Deve entrare prima, quando il menù è ancora da inventare.
Dal feedback agli esercizi di futuro
La Valutazione Anticipante propone di spostare il baricentro: non solo valutare ex post o stimare ex ante l’impatto di misure già disegnate, ma costruire contesti partecipativi in cui i futuri desiderabili siano esplorati, discussi, messi alla prova. Uno dei metodi di futuri funzionale a questo cambio di passo, ad esempio, è il backcasting. Si avvia un processo di visioning per formalizzare un futuro desiderabile, poi si torna progressivamente indietro chiedendosi, ad esempio: quali azioni ci portano a conseguire quel futuro? Sono necessari aggiustamenti incrementali o decisioni più radicali? Quali risorse mancano? Quali condizioni abilitanti e tappe intermedie ci dicono se siamo sulla strada giusta?
Questo percorso a ritroso introduce anche un’idea preziosa: gli obiettivi non sono confini, ma orizzonti mobili. Se oggi costruiamo una VIG orientata al 2050, nel 2030 dovremo spostare lo sguardo al 2055. Non perché il 2050 sia inutile, ma perché il futuro non è un punto fisso dove arrivare: è una prospettiva che tiene in movimento l’intelligenza collettiva pubblica. Applicata alla VIG, questa impostazione suggerisce un processo più ricco: ascolto strutturato dei giovani, costruzione di scenari, definizione delle caratteristiche possibili delle nuove generazioni, verifica degli obiettivi strategici nei diversi scenari, backcasting e articolazione di milestone intermedie.
La lezione giapponese: le generazioni future non si evocano, si fanno agire
L’articolo di Gharaati, Saijo, Hirasawa, Sho e Mahdavinejad (2026) offre un caso particolarmente interessante perché mostra come questo cambio di prospettiva possa essere reso concreto. Nel caso giapponese delle miniere di carbone di Miike, sito UNESCO, i partecipanti a workshop partecipativi di Future Design sono stati invitati a ragionare sul riuso sostenibile del patrimonio industriale interpretando anche il ruolo (role playing) di generazioni future immaginarie collocate nel 2050. Qui entra in scena il Future Design. Il punto non è chiedere ai partecipanti di “pensare al futuro” in modo generico, ma costruire una procedura che li porti a decidere come se fossero rappresentanti delle generazioni future.
Nel metodo descritto dall’articolo, i partecipanti attraversano tre movimenti: Past Design, Future Design e Present Design. Analizzano il passato sollecitando il pensiero retrospettivo, formulano strategie dal punto di vista delle generazioni presenti, poi assumono il punto di vista delle generazioni future e costruiscono una storia a ritroso dal 2050 al presente. Il risultato è illuminante per la VIG.
Quando i partecipanti ragionano come generazione presente, tendono a concentrarsi su problemi immediati: costi, vincoli, criticità attuali, manutenzione, accessibilità, soluzioni pragmatiche. Nel momento in cui, invece, assumono il ruolo delle generazioni future immaginarie, emergono strategie più creative, sistemiche e di lungo periodo; difendono i loro diritti durante il processo decisionale. L’impianto sperimentale è chiamato “Dilemma di Sostenibilità Intergenerazionale” e confronta i partecipanti con decisioni intergenerazionali, incoraggiandoli a compiere sacrifici a breve termine per benefici di lungo periodo.
Nel caso Miike, le proposte delle generazioni future immaginarie includono visioni più ampie su tecnologia, regolazione, turismo, connessione territoriale, uso sociale del patrimonio e rapporto tra memorie e futuri. Le generazioni presenti tendono a vedere il futuro come estensione del presente, generando strategie per risolvere problemi attuali entro vimcoli e preoccupazioni esistenti. Le generazioni futuri immaginarie, pur essendo composte dagli stessi partecipanti, risultano essere maggiormente creativi e visionari – fantasia e immaginazione al potere – a partire dai valori e dagli stili di vita dei cittadini immaginati per il 2050, proponendo ipotesi risolutive a problemi complessi di lungo periodo.
La parola chiave è futurability, cioè la capacità di orientare pensieri e decisioni verso il benessere delle generazioni future. Non è soltanto un esercizio cognitivo. È un cambio di postura. I partecipanti non aggiungono il futuro come capitolo finale di una relazione; lo abitano per un tratto, poi tornano nel presente con domande diverse. Rispetto al solo Past Design, dove il pensiero retrospettivo può suscitare delusione, il Future Design, dal futuro al presente, favorisce la produzione di speranza e utopia come laboratorio operativo di possibilità. Percorsi ideati con un approccio orientato al Future Design, in continuità con la Futures Literacy, favoriscono la rimodellazione di un pensiero prospettico in cui scardinare le dimensioni temporali: da passato, presente e futuri a passato, futuri e presente. Il termine presente non rappresenta in questo contesto un punto fisso, ma è co-costruito a seconda dell’approccio.
Nel present design il presente è limitato a questioni immediate e locali; nel past design si espande nello spazio e nella società, permettendo una retrospettiva analitica del passato; nel future design è ridefinito dal punto di vista del futuro. I partecipanti prendono parte a una società in cui è avvenuto una trasformazione della coscienza degli abitanti, e al posto delle ragioni per cui “non si può fare” prevale l’attitudine propositiva del “come si può fare”. Il presente diventa così un orizzonte di azione consapevole per raggiungere visioni future coraggiose.
Cosa insegna il Future Design alla VIG
Il Future Design mostra che il futuro non va solo rappresentato, ma istituzionalizzato nella conversazione pubblica. Le generazioni future non possono votare, non possono presentare osservazioni a un piano urbanistico, non possono contestare una legge di bilancio. Ma possiamo creare dispositivi deliberativi in cui la loro assenza sia trattata come una presenza da proteggere. Per la VIG, questa può essere una svolta metodologica. Non si tratta solo di stimare se una misura produce effetti positivi o negativi sui giovani. Si tratta di chiedere:
Chi manca al tavolo? Quale generazione non ha ancora voce? Quale futuro stiamo trattando come inevitabile solo perché non abbiamo immaginato alternative?
La VA può diventare la cornice entro cui la VIG si emancipa dalla sola classificazione delle misure. Le categorie restano utili, certo: generazionale, potenzialmente generazionale, antigenerazionale, neutrale. Ma sono solo il primo alfabeto di riferimento. Dopo aver classificato, bisogna progettare. Dopo aver misurato, bisogna deliberare. Dopo aver ascoltato, bisogna tornare indietro dal futuro desiderabile e chiedersi cosa cominciare a fare da subito..
Una possibile architettura operativa
Una VIG arricchita dalla VA e dal Future Design potrebbe funzionare come segue.
Prima fase: ascolto strutturato dei giovani, non come consultazione tardiva, ma come emersione autonoma di bisogni, desideri, paure, linguaggi e proposte. Qui i giovani non commentano il compito degli adulti: portano le loro idee, i loro testi.
Seconda fase: costruzione di scenari. Non un unico futuro lineare, ma più mondi possibili, capaci di stressare le politiche pubbliche: scenario di frammentazione sociale, scenario di transizione ecologica riuscita, scenario di stagnazione, scenario di innovazione civica, e così via.
Terza fase: introduzione delle generazioni future immaginarie. Gruppi di cittadini, giovani, amministratori, tecnici e stakeholder vengono invitati ad assumere il punto di vista di chi vivrà nel 2050 o nel 2060. Non per fare fantascienza, ma per valutare quali decisioni presenti appariranno responsabili, miopi, coraggiose o dannose.
Quarta fase: backcasting. Dal futuro desiderabile si torna al presente, identificando azioni, condizioni abilitanti, risorse, alleanze, ostacoli e milestone di riferimento.
Quinta fase: valutazione VIG vera e propria, ma potenziata. Ogni misura è valutata non solo per l’impatto generazionale immediato, ma per la sua coerenza con gli scenari, con le esigenze emerse dall’ascolto, con le prospettive delle generazioni future immaginarie e con le tappe del percorso.
Sesta fase: revisione periodica. Le generazioni cambiano, i contesti mutano, gli orizzonti si spostano. Una VIG anticipante non può essere un timbro su un documento formale. È un organismo metodologico che respira.
Dal “non danneggiare” al “rendere possibile”
Il salto culturale più importante è questo: una VIG matura non dovrebbe limitarsi a evitare misure antigenerazionali. Dovrebbe aiutare le istituzioni a rendere possibili vite future più desiderabili. La differenza è sostanziale. Nel primo caso la politica pubblica si comporta come un medico che cerca di non peggiorare il paziente. Nel secondo diventa un giardiniere che allestisce le condizioni affinché un contesto possa prosperare: prepara terreno, acqua, ombra, luce, sapendo che la pianta non sarà identica al seme che aveva immaginato. La VA offre alla VIG la profondità temporale. Il Future Design le offre un dispositivo deliberativo. Le generazioni future le offrono il suo banco di prova etico. Insieme, questi tre elementi trasformano la VIG da strumento di controllo a laboratorio di responsabilità intergenerazionale. Non più soltanto: “questa legge che impatto avrà sui giovani?”. Ma: “quale patto tra generazioni stiamo costruendo, quali futuri stiamo rendendo abitabili, quali decisioni di oggi potranno essere ringraziate domani?”.
E forse è proprio qui che la valutazione smette di essere un modulo e diventa cultura politica. Un modo per far entrare il 2050 nella stanza senza aspettare che bussi alla porta con il conto in mano.
Non decidere solo per chi è nella stanza. Decidi anche per chi non è ancora nato.
Gli “Iroquois principles”, nel contesto del Future Design, indicano il principio iroquese della settima generazione: quando una comunità prende una decisione importante, dovrebbe considerare gli effetti non solo sui presenti, ma anche su chi nascerà molte generazioni dopo. Più precisamente, il riferimento è alla tradizione Haudenosaunee, spesso chiamata anche Confederazione Irochese. Tra i suoi valori c’è l’idea che le decisioni dei capi debbano considerare l’impatto sui discendenti e che il mondo presente sia “preso in prestito” dalle generazioni future. Nel paper di Gharaati et al., questo principio viene richiamato come ispirazione del Future Design: progettare meccanismi sociali e istituzionali che obblighino il presente a tener conto delle generazioni future, contrastando impulsività, ottimismo di breve periodo e decisioni schiacciate sull’immediato. Nella nostra riflessione su VIG e VA il punto è potente: la VIG rischia di limitarsi a misurare l’impatto sui giovani presenti; il principio della settima generazione allarga invece la domanda fino agli assenti radicali, cioè le generazioni che non possono ancora parlare, votare, protestare o scrivere osservazioni a un piano pubblico. La voce delle generazioni future non può essere predeterminata dalle decisioni odierne: deve essere immaginata e negoziata. L’approccio consentirebbe ai policymaker di tentare di rispondere proattivamente alle aspettative delle generazioni future con minori conflitti intergenerazionali.
Note
[1] Per approfondimenti, si rimanda al Future Paper 1/2026 https://asvis.it/public/asvis2/files/Pubblicazioni/Futuro/FuturePaperVIG.pdf
[2] Per approfondimenti, si rimanda al Future Paper 1/2026 https://asvis.it/public/asvis2/files/Pubblicazioni/Futuro/FuturePaperVIG.pdf .
[3] Sul backcasting come strumento partecipativo per il policy making, si rimanda a https://www.futuri-journal.org/index.php/futuri/article/view/256/280.
[4] https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0197397526000342.
Riferimenti bibliografici
Riferimenti bibliografici
Gharaati, F., Saijo, T., Hirasawa, T., Sho, K., & Mahdavinejad, M. Imaginary future generations in sustainable adaptive reuse of industrial heritage sites: A participatory futuristic approach in Japan. Habitat International, 170, 103742, 2026.
Miller, Riel. Futures literacy: A hybrid strategic scenario method, “Futures” vol. 39, n. 4, 2006.
Miller, Riel, editor. Transforming the Future: Anticipation in the 21st Century. UNESCO and Routledge, 2018.
Pierantoni, Isabella. Il secolo delle generazioni. Scoprire il capitale multigenerazionale e anticipare il future. Il Mulino, 2026.
Poli, Roberto. Working with the Future: Ideas and Tools to Govern Uncertainty. Bocconi UP, 2019.
Riferimenti online
https://asvis.it/public/asvis2/files/Pubblicazioni/Futuro/FuturePaperVIG.pdf
https://fondazioneitalianastudidifuturo.org/
https://www.futuri-journal.org/index.php/futuri/article/view/256/280
https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0197397526000342
Bio
Bio
Mario Cusmai, Futurista, esperto di Futures Literacy, competenza chiave riconosciuta dall’UNESCO, Master di II livello in Previsione Sociale e Dottore in Scienze dell’Educazione degli Adulti, facilitatore LEGO® SERIOUS PLAY® e MTa® experiential learning, Kaospilot Master Archer. Lavora dal 2006 presso l’INAPP (ente pubblico di ricerca italiano che vigila sul mercato del lavoro, sulle politiche sociali e sulla formazione professionale) su attività di ricerca per l’innovazione di metodologie didattiche esperienziali nella cornice del life long learning. Autore e co-autore di pubblicazioni scientifiche su formazione in Rete, gioco, apprendimento esperienziale e Futures Studies, collabora con la Fondazione Italiana Studi di Futuro istituita dal Prof. Roberto Poli ed è stato per oltre 10 anni social innovation designer del Laboratorio di I-learning e Digital Storylearning (Prof. Alberto Quagliata, Dipartimento di Scienze della Formazione, Uni Roma Tre). Ambasciatore di Bellezza nell’educazione, è Direttore del Dipartimento Foresight e Futures Literacy per il Centro Italiano per l’Apprendimento Permanente – CIAPE.






